Holi il Festival del colore

Holi il Festival del colore Una manifestazione con spettacoli di burattini, danze e musiche per accompagnare ballate che narrano vicende degli uomini del Thar. E cantastorie che rievocano le gesta eroiche dei condottieri Rajput. Perché il Rajasthan è la fiaba dell’India ma anche il suo orgoglio. Nei secoli in cui i regni indù cedevano alle armate dei Moghul provenienti dall’Asia centrale, la resistenza dei guerrieri Rajput impedì il propagare dell’islam e conservò l’indipendenza di gran parte della regione. Per fermare gli invasori i Rajput costruirono le città fortificate che contribuiscono al fascino di questa terra: da Amber a Jaisalmer, da Jodhpur a Chittorghar. Non formarono uno Stato centrale ma tanti regni basati sulla tradizione cavalleresca.

Il momento culminante del festival sono le gare tra dromedari a cui partecipano i militari dell’anacronistico Corpo dei Cammellieri di Jaisalmer e di Bikaner, oltre a nomadi del deserto convenuti per l’occasione.
In otto corse di otto dromedari ciascuna si svolge la gara vera e propria. Una prova di velocità affiancata da competizioni ricche di virtuosismi. Spettacolari esibizioni nelle quali i conducenti saltano in corsa da un animale all’altro. Galoppano in tutte le posizioni immaginabili: in piedi, sdraiati lungo un fianco del cammello, sotto la pancia, sulla coda. Ed eseguono, sempre al galoppo, audaci esercizi ginnici. Il festival termina con il premio alla gorbandh meglio decorata: è una fitta maglia, tessuta e ricoperta di perline di vetro colorato e specchietti, con cui vengono adornati i dromedari.

Calata nel deserto del Thar, al confine con il Pakistan, e avvolta da mura e i bastioni colore dell’ambra, Jaisalmer era un miraggio per i mercanti arabi ed europei che nei secoli scorsi la raggiungevano, tappa obbligata sulla via delle spezie, della seta, dell’oppio. Era un nodo logistico per le carovaniere tra l’India e l’Asia centrale. Perché ospitò per secoli il maggiore mercato di granaglie dell’Oriente. La città è un museo vivente con le vie percorse da dromedari. Strade come piste nel deserto, se non fossero arricchite dalle più preziose haveli: le dimore dei mercanti, con la corte interna e bow-window e gazebo ricamati nell’arenaria. La più preziosa è il Patvon ki, con la facciata ornata di balconi a griglia traforata come fosse filigrana. Colori della terra da cui si staccano violente le tinte accese dei sari delle donne: verdi, blu, rosa, gialli. Tinte forti quasi a esorcizzare l’inospitalità del deserto. Donne con giacche, borse e gilet ricamati con specchietti e perline, e coperte di gioielli dalla testa ai piedi. Anelli alle dite dei piedi e delle mani; cavigliere e bracciali; grandi cerchi alle orecchie e al naso.

Nel cuore della città si trova il forte, costruito nel 1156 con 5 chilometri di mura alte 9 metri rinforzate da 99 bastioni. Il suo piazzale è dominato dall’antica reggia del maharajah, formato da edifici di diverse epoche: il più spettacolare è il ’ palazzo dei colori’, così chiamato per gli affreschi che decorano le sue pareti, notevole anche il Sarvottam Nivas con mosaici in vetro e piastrelle cinesi. E nel forte si trovano i templi jainisti, una religione che predica il totale rispetto per ogni forma di vita: vegetariani radicali, i suoi seguaci indossano mascherine per non uccidere microorganismi con l’alito. Seguendo il filo mistico della compassione indù per tutti gli esseri viventi, si raggiunge il Karnimata, il Tempio dei Topi - situato tra Jaisalmer e Bikaner - dove tra bassorilievi in marmo bianco migliaia di topolini bevono latte aggrappati ai bordi di grandi catini: fu costruito perché anche questi animali, reietti dagli uomini, trovassero un rifugio.